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Kill PIR – Volume I

 

Come t’ammazzo un PIR: quale combinazione e livello di commissioni è in grado di uccidere un PIR, annullandone il beneficio fiscale?


Di PIR (Piani Individuali di Risparmio) su questo blog ne abbiamo parlato diffusamente – tant’è che abbiamo un’intera sezione dedicata proprio a questi strumenti. Se selezionati intelligentemente e utilizzati con misura, secondo me, i PIR sono prodotti interessanti. Ma si sa, l’industria finanziaria italiana è affamata di commissioni. E la fame porta al lato oscuro. Per esempio, porta ad ammazzare un PIR a colpi di commissioni incassate, annullandone il beneficio fiscale (o meglio: trasferendolo agli intermediari) e massacrandone la performance attesa.

Vediamo allora come s’ammazza un PIR.

La domanda alla quale voglio rispondere è precisa: immaginando di investire 30mila euro per almeno 5 anni (come da vincolo di legge), qual è il livello commissionale killer, quello che annulla il beneficio fiscale dei PIR? Quale combinazione di commissioni costituisce la Squadra Assassina Vipere Mortali? (Sì, stimo moltissimo Quentin Tarantino).

Commissioni di gestione, innanzitutto

Ipotizziamo di investire i 30mila euro in due fondi bilanciati: un PIR e un fondo che non è PIR (lo chiameremo amichevolmente non-PIR). Immaginiamo identiche sia l’asset allocation, cioè 50% azioni e 50% obbligazioni, sia le attese di performance lorda, basate su dati storici di lungo periodo. Ovviamente, sul PIR non gravano tasse, mentre il non-PIR le paga tutte.

E adesso introduciamo la prima componente della Squadra Assassina Vipere Mortali: la commissione di gestione (o management fee). Per il non-PIR la poniamo pari alla media dei fondi bilanciati nel 2016, cioè 1,4% all’anno (fonte: Ufficio Studi Mediobanca), mentre per il PIR la fissiamo all’1,6%, la media relativa ai PIR bilanciati e flessibili.

Ora si tratta di confrontare i due fondi. E siccome i mercati finanziari sono forse quanto di più aleatorio esista, trattiamo la faccenda con le opportune pinze probabilistiche. Cioè simuliamo[1] l’andamento possibile dell’investimento in varie situazioni, disegnando il “cono” (spesso chiamato “cono di Ibbotson”, o “cono di volatilità”) che contiene i due terzi dei casi possibili (il 66,67% dei casi). Il grafico si legge così: solo nel 16,67% dei casi si avranno risultati migliori di quelli delineati dal bordo superiore, e peggiori di quelli delineati dal bordo inferiore.

pir1

pir_without_subscription_fee

I due grafici ci dicono che, su questi livelli di commissioni, il PIR è una brutta bestia da battere per un non-PIR. Infatti, il valore medio del capitale dopo 5 anni è superiore del 3,5% circa per il PIR. E considerate che ho preso come riferimento le commissioni di gestione medie dei PIR, non esattamente frugali; ne esistono infatti di molto più convenienti, oltre che naturalmente di gargantuesche e rapaci (questo sarà l’argomento di “Kill PIR Volume II”, il mio prossimo post).

Al crescere della performance (che qui, con le mie ipotesi è intorno al 5% medio annuo lordo), il vantaggio del PIR aumenta, mentre diminuisce se crescono le commissioni applicate, fino ad azzerarsi con una commissione di gestione del 2,3%: missione compiuta, PIR ucciso. Giusto per darvi un’idea della sensibilità alla performance lorda, se questa fosse pari al 10% annuo, il PIR resterebbe fiscalmente vivo fino ad una commissione del 3,2%.

Commissioni d’ingresso: un killer micidiale

Qui il gioco si fa serio. Facciamo conoscenza con un’altra letale componente della Squadra Assassina Vipere Mortali: la commissione d’ingresso (nota anche come commissione di sottoscrizione, o subscription fee, o spese d’entrata).

Al di là del nome, funziona molto semplicemente: avete presente i soldi che volete investire? Bene, se ne inguattano subito una fetta, che servirà per remunerare il collocatore, cioè il consulente finanziario (alias promotore finanziario) o la banca che vi vende il fondo; più è alta la commissione, più l’intermediario guadagna, e meno voi investite realmente. Se la commissione d’ingresso è 5% e voi volete investire 10mila euro, ne investirete effettivamente solo 9500.

Credo sia piuttosto chiaro che ci troviamo di fronte a un killer micidiale: aggiungete una congrua commissione d’ingresso, e il fondo PIR non ha scampo, il risultato verrà affossato sul nascere, mandando in fumo l’effetto del beneficio fiscale.

Quanto deve essere grande la commissione d’ingresso per risultare letale? Nelle (ragionevoli) condizioni della simulazione, il PIR va a terra KO con una commissione d’ingresso del 3,5% (che nel nostro esercizietto si aggiunge, a scanso di equivoci, all’1,6% annuo della commissione di gestione). Guardate il grafico seguente: il risultato medio netto è lievemente inferiore a quello del non-PIR. E anche il caso negativo è peggiore (la probabilità di intaccare il capitale aumenta del 50%, passando da 14% a 23%).

pir_with_subscription_fee

Nel grafico, la legnata della commissione di sottoscrizione si vede ad occhio nudo: una bella scivolata verso il basso di tutto il cono, proprio all’inizio. Comunque, la cosa più importante è l’effetto “fuoco incrociato” dei due tipi di commissione. Considerate infatti che, alzando la commissione di gestione al 2%, basta un 1,6% di commissione d’ingresso per ammazzare il PIR. Anche qui, più è alta la performance, più commissioni reggerà il PIR prima di soccombere. Ma occhio a fare affidamento su ipotesi super-ottimistiche circa i rendimenti futuri: ricordate che le performance sono incerte e i costi commissionali certi.

Colpo di scena

C’è una buona notizia: la commissione d’ingresso di solito è discrezionale, e spesso non viene applicata. Il collocatore sceglie se applicarla o meno. La scelta dipende, detta brutalmente, dalla sua avidità e dall’attenzione al rapporto di lungo periodo con il cliente. Nel caso, siete voi contro lui/lei, e il consiglio che vi dò è uno solo: trattate selvaggiamente. Fortunatamente, esistono molti PIR, molte banche, molti consulenti finanziari, sicché la concorrenza non manca, ed è dalla vostra parte. Alla peggio vi troverete a cambiare banca o consulente…

Qui mi sono concentrato sui costi. Ma non dimenticate mai i rischi: è superfluo dire che, a prescindere da quanto siano bassi i costi commissionali, investire una porzione ampia del portafoglio in PIR (un concentrato di rischio Italia, magari inclusivo di titoli di aziende di qualità discutibile, nei casi patologici) non è una grande idea. A meno di non voler sperimentare sulla propria pelle gli effetti di una scarsa diversificazione dei rischi.

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