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Kill PIR – Volume 2

 

Torniamo a parlare dei killer in grado di “uccidere un PIR”, scippando al risparmiatore il beneficio fiscale dei Piani Individuali di Risparmio.


Raccogliendo i dati di costo sui PIR sono stato colto da una sensazione di sconforto: è una giungla di costi e condizioni. E, attenzione, essere sopraffatti da questa giungla è un attimo, perché le commissioni sono affilatissime, come abbiamo visto in Kill PIR Vol. I.

Allora prendiamo il machete – mi è sempre piaciuto (please, non indagate) – tagliamo le erbacce e facciamo chiarezza in un mercato che non ama la chiarezza, bensì l’asimmetria informativa e l’opacità. Un mercato che, in aggregato, pare un organismo predatore mosso da un fine preciso: impossessarsi del beneficio fiscale che il legislatore ha attribuito al risparmiatore. Non tutti i prodotti sono uguali, però: alcuni mantengono un buon margine di convenienza per chi investe.

Ma ora lasciamo parlare i numeri.

Come ti scippo il beneficio fiscale

Perché dico “impossessarsi del beneficio fiscale”? Immaginate che, a parità di commissioni e di rendimento lordo dell’investimento sottostante il PIR (ad esempio azioni italiane), il beneficio fiscale ammonti al 3% (è un numero casuale, esemplificativo). Cioè: 3% è l’ipotetica differenza di performance tra un PIR e un fondo del tutto identico, se non per il fatto che non gode dell’esenzione fiscale propria dei PIR.

Ora, se chi propone il PIR armeggia con commissioni e costi a carico del cliente, aumentandoli e facendo in modo che quel vantaggio del 3% si azzeri, beh, allora possiamo dire che il risparmiatore è stato scippato del suo beneficio fiscale. Un po’ va bene, lo si può forse tollerare, in fondo tutti dobbiamo portare a casa il piatto di fagioli. Ma c’è un limite superiore. E qui, in questo post, andiamo proprio a sondare i confini della vostra tolleranza allo scippo, partendo dall’attuale offerta del mercato.

I PIR sul mercato

Fondi comuni

Polizze vita multi-ramo

ETF

Questo è l’elenco aggiornato a metà giugno 2017 dei veicoli PIR (o PIR-compliant, per i lettori “precisini”), oggi presenti sul mercato – non escludo ne manchi qualcuno, dato che non mi risulta esista un database aggiornato ufficiale (segnalateci nuovi prodotti ed eventuali imprecisioni: AdviseOnly ringrazia sentitamente e in anticipo). L’elenco è spartano: nome, codice ISIN, tipologia d’investimento (fondo, polizza multi-ramo, ETF), tipo d’investimento secondo la classificazione Assogestioni, spese correnti (il caro e vecchio TER) e commissioni di sottoscrizione. I dati sono tutti di fonte Morningstar, oppure tratti dai documenti informativi dei singoli prodotti. Non ho inserito le eventuali commissioni di performance perché ognuno le calcola a modo suo ed è difficile fare un confronto serio, se non con simulazioni complesse. Tornerò sull’argomento tra poco.

Guardando l’offerta di veicoli PIR emerge un panorama quanto mai vario, a tratti lisergico, se avete dimestichezza con “livelli normali” di commissioni. Così, per orientarci, poniamoci una semplice domanda.

Se investo 10mila euro, quanto mi porto a casa dopo 5 anni?

Naturalmente, come ho tentato di spiegare in questo post, la redditività di un PIR dipende dai costi, commissioni in testa, e dalla performance lorda del sottostante. Quindi ho ipotizzato tre livelli di rendimento lordo per un periodo di 5 anni – uno basso (2% annuo), uno medio (5% annuo), e l’ultimo elevato (10% annuo) – e ho calcolato il risultato finale, in termini di plusvalenza o minusvalenza, dell’investimento di 10mila euro per tutti i prodotti, in due casi distinti:

  1. con spese correnti e commissioni di sottoscrizione (o spese d’ingresso che dir si voglia);
  2. solo con spese correnti.

Use regions/landmarks to skip ahead to chart and navigate between data series.

PIR: l’impatto di spese correnti e spese d’ingresso su 10mila euro investiti. Plus/minusvalenze in varie ipotesi di rendimento lordo

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PIR: l’impatto delle sole spese correnti su 10mila euro investiti. Plus/minusvalenze in varie ipotesi di rendimento lordo

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Prima di commentare i grafici voglio rispondere alla doverosa domanda: che cosa manca dal computo? Beh, manca parecchia roba:

  • le commissioni di performance, applicate dalla maggioranza dei prodotti;
  • eventuali costi di tenuta del conto titoli;
  • i costi di negoziazione, che rilevano soprattutto per gli ETF, o per chi adotta il sistema fai-da-te;
  • in qualche caso (per me agghiacciante), le commissioni di rimborso, o altre penali legate all’uscita anticipata dall’investimento.

Quindi sia chiaro: le cifre indicate nei grafici sono una sovrastima di quanto vi portereste a casa. La realtà è più crudele di questa simulazione, sappiatelo.

E ora commentiamo la mia rude analisi. La cosa che balza agli occhi è che, con un rendimento medio annuo del 2% per 5 anni (neanche pessimo, di questi tempi), se vengono applicate le commissioni di sottoscrizione, voi finite in perdita con il 62% dei prodotti (in realtà, per i motivi precedentemente citati, la percentuale è più elevata). La perdita media è di 250 euro, corrispondente, su 10mila euro investiti, al -2,5%. Alla faccia del beneficio fiscale. Inoltre, la differenza tra il prodotto con il risultato migliore e quello con il risultato peggiore è di 1.561 euro se il rendimento lordo annuo è del 2%, di 1.804 euro se il rendimento è del 5%, e di 2.277 euro se il rendimento è 10%. Sono oltre duemila euro di differenza in 5 anni! Parliamo del 23% circa dell’investimento.

Se invece non viene applicata alcuna commissione di sottoscrizione (sono generalmente commissioni discrezionali e spesso non vengono applicate), la porzione di prodotti in perdita scende al 28%, con una perdita media di 124 euro, corrispondente al -1,24% del vostro investimento. La differenza tra il migliore e il peggiore risultato è pari a 1.210 euro con un rendimento annuo del 2%, di 1.399 euro se il rendimento è 5%, e di 1.766 euro con un rendimento del 10%. Differenze abissali: siamo sempre nell’ordine dei 1.500÷2.000 euro in un quinquennio su 10mila euro investiti. I due grafici sono navigabili (vi consiglio di selezionare/deselezionare le varie ipotesi di rendimento, per leggerli più chiaramente), quindi fate le vostre personali esplorazioni, valutate, decidete, e non fatevi fregare, che se usate il cervello qualche prodotto buono marchiato PIR lo potete trovare.

Altre trappole sulla via dei PIR

Ricordatevi però degli altri costi, ed evitate di commettere ingenuità; in merito, vi darò alcune dritte di massima.

Commissioni di performance

Calcolate e prelevate dalle società di gestione in base ai risultati conseguiti dal fondo, sono legate all’extra-performance ottenuta rispetto all’indice (benchmark) di riferimento. Vi sono svariati modi per calcolarle (non posso dilungarmi ora; prometto un post non superficiale sulla questione), molti dei quali smaccatamente immorali e svantaggiosi per l’investitore. Al limite della presa in giro.

Per farla breve, l’unico modo equo di calcolare le commissioni di performance è il metodo dell’High Watermark assoluto, senza reset periodico: in sostanza, significa che la commissione viene fatta pagare se e solo se il valore del fondo supera i massimi assoluti e, quando ciò accade, l’investimento vi ha fatto guadagnare. Diffidate di reset annui, o peggio infrannuali – nel dubbio scriveteci, e noi vi risponderemo.

Commissioni di rimborso (e analoghe penalità)

Sono costi aggiuntivi che vi vengono addebitati se uscite prima del termine indicato nei documenti informativi. Sono commissioni rare, ma… ho visto che qualche prodotto le prevede. Nel caso dei PIR le trovo del tutto ingiustificate e, personalmente, da investitore non ne tollererei la presenza. Quindi, prima di firmare, leggete bene i vari documenti informativi che vi forniscono al momento dell’acquisto. Prendetevi il tempo necessario,.

Costi di negoziazione

Gli ETF sono poco costosi in termini di commissioni (sono gravati dalle sole spese correnti), vero, ma hanno costi fissi di negoziazione da valutare attentamente (alcuni intermediari sono del tutto fuori mercato: un costo ragionevole è intorno ai 5÷7 euro, sicuramente sotto i 10 euro a operazione). Inoltre, c’è lo spread denaro-lettera (o bid-ask), in questi giorni pari a circa 0.15%÷0.20% per l’ETF Lyxor FTSE Italia Mid Cap PIR, e pari a 0.25%÷0.35% per l’ETF Lyxor Italia Equity PIR (fonte: Bloomberg). Ricordate che lo spread denaro-lettera non è fisso, ma si muove in funzione dei volumi e della liquidità del momento; esiste comunque un tetto massimo (piuttosto teorico) imposto agli intermediari, pari a 1,20%.

Lo spread si “spalma” su almeno 5 anni, se detenete gli ETF senza movimentarli. Con costi simili e un investimento di 10mila euro, giusto per avere un’idea, la zavorra commissionale degli ETF aumenta complessivamente di 0.07%÷0.10% all’anno con un investimento di 10mila euro. Ma la cifra sale a 0,25%÷0,30% annui con un investimento di 1000 euro. Tenetelo presente.

Costi legati alla tenuta del conto titoli

Alcuni intermediari hanno lanciato conti dedicato ai PIR “fai-da-te”: i clienti possono creare in totale autonomia il portafoglio, acquistando azioni, obbligazioni ed ETF, usufruendo della fiscalità agevolata, nel rispetto dei requisiti normativi. Che io sappia, oggi il servizio è offerto da Directa SIM e da Invest Banca a un costo, rispettivamente di 100 euro l’anno e di 24 euro a trimestre, più ovviamente i costi di negoziazione. Considerate che 100 euro all’anno su 10mila euro corrispondono, con ardito volo aritmetico, all’1%, mentre su 1.000 euro sono ben il 10%. Quindi fate accuratamente i conti, prima di optare per il “fai-da-te”.

Altre banche spingono i clienti ad aprire comunque un conto dedicato ai PIR, anche investendo in fondi comuni. A questo proposito, sappiate che non sussiste alcun obbligo normativo, come si legge in un recente chiarimento:

“[…] la normativa PIR non prevede l’obbligo di aprire un rapporto ad hoc in cui destinare le somme o i valori. L’intermediario finanziario o l’impresa di assicurazione deve quindi garantire anche la separazione contabile delle somme o valori destinati nel PIR e dei loro impieghi, rispetto agli altri strumenti finanziari eventualmente detenuti presso lo stesso intermediario.”

Chiaramente, le banche vi chiedono di aprire un nuovo conto perché è organizzativamente più comodo per loro (ma, nell’era del Machine Learning, dei Big Data e dell’AI, lavorando io in una società Fintech, sono assalito dall’orticaria a sentir parlare di difficoltà tecnologiche per cose di questo genere; sono scuse che davvero non si possono sentire, specie se provenienti da banche…). Inoltre, farvi aprire un nuovo conto titoli è conveniente: per il conto economico della banca, of course.

Questo è il quadro. Quadro che, a un subacqueo come me, ricorda il “sardine run”: ogni anno tra maggio e luglio, milioni di sardine, mosse da un istinto atavico, affollano la costa est del Sudafrica, attirando ogni tipo di predatore (squali, tonni, delfini, balene, uccelli marini), che per settimane si abbuffano delle piccole sardine, in un clima di crescente frenesia alimentare – fatevene un’idea, perché le sardine potreste essere voi.

Ecco, la morale è proprio questa: nei modi e nelle quantità corrette, i PIR possono essere un investimento interessante, ma, nuotando in mezzo a un mare di prodotti, ricordatevi di scovare quelli buoni, e di non fare le sardine. Se non volete finire come loro.

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