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PRESSIONE FISCALE IN ITALIA. DATI STATISTICI E NUOVE PROPOSTE

PRESSIONE FISCALE IN ITALIA.

ELEVATA E IMMODIFICABILE?

TASSE

 

Se ricorriamo alla dottrina per definire la pressione fiscale, vediamo che essa non è altro che il rapporto tra il complesso delle entrate tributarie e contributive delle amministrazioni pubbliche e il Prodotto Interno Lordo (PIL) di una Nazione.

In sostanza si parla della quota di reddito prelevato dallo Stato allo scopo di finanziare la spesa pubblica. La sua misura dipende dalla base imponibile e dal ventaglio di aliquote praticate per ogni singola classe di tributi. La Costituzione Italiana prevede che il sistema tributario sia informato a criteri di progressività per cui a reddito crescente l’aumento delle aliquote marginali è più che proporzionale.

Il livello di pressione fiscale in Italia da molti anni è elevato, in una misura che viene spesso definita insostenibile, a seguito di una pletora di interventi normativi che si sono succeduti nella storia volti a aumentare la disponibilità monetaria dello Stato per finanziare una Spesa pubblica non sempre commendevole. Secondo l’Istat la pressione fiscale è scesa nel 2016 al livello più basso dal 2011, anno in cui non era ancora in vigore l’Imu sulla prima casa. Le serie storiche Istat dicono che sei anni fa il peso del fisco era pari al 41,6% del Pil. L’anno scorso, dopo l’abolizione della Tasi, è sceso al 42,9%. Nel 2012, primo anno di applicazione dell’imposta municipale creata dal governo Monti, la pressione fiscale era salita al 43,6%, così come nel 2013. Lieve calo invece nel 2014 e 2015, entrambi al 43,3%.

Diversi Istituti di ricerca comparano la pressione fiscale tra i vari Stati, essendo questa una delle armi competitive per le Aziende e per la valutazione dell’efficacia dell’azione statale dei vari Governi.

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Se guardiamo le altre Nazioni dell’Unione europea la pressione fiscale nel 2015 varia tra i diversi Paesi con il valore più basso registrato in Irlanda (24,4%) e il più alto in Francia (47,9%). Per quanto riguarda l’Italia, il dato riporta un 43,5%, cifra al di sopra della media europea (al 40% del Pil nell’Ue e al 41,4% nell’Eurozona).

FISCO

La Corte dei Conti, analizzando le singole partizioni fiscali nel suo ultimo Rapporto sul Fisco in Italia, nota come sia molto pesante il carico del fisco e dei contributi, che di fatto si porta via metà delle retribuzioni. Secondo il Rapporto, il cuneo fiscale in Italia è del 10% superiore a quello che si registra mediamente nel resto d’Europa: viene prelevato il 49%  “a titolo di contributi e di imposte”.

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Il carico fiscale in busta paga, in Italia per un single senza figli è complessivamente al 47,8% nel 2016, contro una media europea al 36 per cento. I pochi casi di incidenza ancora maggiore sono il Belgio (54%), la Germania (49,4%), l’Ungheria e la Francia (48,1%). In alcune situazioni familiari le cose vanno ancora peggio: l’Italia è infatti al terzo posto per il cuneo fiscale nel caso di una famiglia monoreddito con due figli (38,6%). In questo caso seguiamo solo la Francia (40%) e la Finlandia (39,2%) superando di 12 punti la media Ocse (26,6%).

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Ancora peggiore è la situazione delle Pmi: il total tax rate stimato per una media impresa, equivale ad un carico fiscale complessivo (societario, contributivo, per tasse e imposte indirette) superiore di quasi 25 punti a quello pagato dalla media delle imprese in Europa, raggiungendo il livello enorme del 64,8%. Costo al quale si deve aggiungere il tempo destinato agli obblighi tributari che il medio imprenditore italiano deve spendere, pari a  269 ore lavorative, il 55% in più di quanto richiesto agli imprenditori europei.

Un recente studio dell’Ocse rileva che l’Italia ha un tasso di IVA superiore alla media dei Paesi appartenenti all’Organizzazione: l’iva italiana è oggi al 22%, contro una media Ocse del 19,1%. Ma l’indice di efficacia del sistema di raccolta (che misura il divario tra le entrate effettive legate all’Iva e quelle che sarebbero teoricamente generate da un applicazione del tasso di Iva normale alla totalità dei consumi nazionali) è fermo a 0,38, quasi 0,2 punti sotto la media, per l’effetto combinato di esenzioni e Iva agevolata da un lato, e di evasione e frode dall’altro. Di conseguenza, in Italia i proventi dell’Iva rappresentano solo il 13,8% del totale delle entrate fiscali, contro una media Ocse del 19,5%.

Nel 2016 gli italiani hanno dichiarato ai fini del pagamento dell’Irpef (per l’anno 2015) redditi per 832,9 miliardi. Di questi ben 455 sono erogati dallo Stato: 325 circa per pensioni, prestazioni assistenziali, sostegno al reddito e rendite Inail e altri 130 circa per stipendi della pubblica amministrazione. In pratica gli italiani producono da soli, senza l’aiuto dello Stato, meno della metà del reddito totale.

Complessivamente i contribuenti hanno pagato 171,71 miliardi di Irpef, ma considerando il bonus Renzi di 80 euro di cui hanno beneficiato ben 11.155.355 contribuenti (il 27,3% dei dichiaranti) per uno sgravio di 8,96 miliardi, la spesa effettiva si riduce a 162,75 miliardi. E così accade che, per effetto del «bonus» il 45,5% circa degli italiani paga solo il 3,13% del totale Irpef. Considerando anche i redditi da 15 a 20 mila euro in pratica il 59,84% dei cittadini paga 17,1 miliardi (il 10,51% del totale) ma ne riceve per la sola sanità 50,13. Queste sono le medie, ma chi paga effettivamente l’Irpef? I contribuenti sono suddivisi in tre categorie: i dipendenti, gli autonomi e i pensionati.

Uno studio riportato da il Corriere rileva che, su un totale di Irpef versata di 172 miliardi, i lavoratori dipendenti ne pagano 103 pari al 60% del totale (il conto si riduce a 94 miliardi, pari al 56,7% al netto del «bonus»). Pur essendo 17 milioni secondo il censimento Istat, rappresentano poco più della metà dei contribuenti complessivi arrivando a essere 20.880.245, ma rappresentano ben il 54% di quanti dichiarano redditi positivi (16,797 milioni su 30,879 milioni). In termini di classi di reddito, troviamo 20.115 persone con redditi dichiarati oltre i 300 mila euro, che pagano pro capite una imposta di ben 183.989 euro l’anno. Autonomi; se ne stimano circa 7,5 milioni, ma i dichiaranti sono 5.115.540, (341.000 in meno in un anno) di cui solo 2,598 milioni presentano redditi positivi. In pratica solo il 6,75% degli autonomi pari a 335 mila soggetti, paga imposte sufficienti a finanziarsi la sanità, mentre il restante 93,25% (non considerando i quasi 2 milioni che non risultano al fisco) è a carico di altri lavoratori. E così il totale Irpef pagata da questi lavoratori è pari a 9,4 miliardi di euro cioè il 5,5% del totale del gettito Irpef del 2015, pur rappresentando il 12,5% dei contribuenti.

Pensionati. Sono 16,19 milioni di cui circa 8,2 milioni con prestazioni non soggette a imposizione Irpef. Nel 2015 i pensionati hanno pagato 59,6 miliardi di euro di Irpef pari al 34,7% del totale. Tra i pensionati, i redditi sono distribuiti in modo più regolare, con riflessi anche sul finanziamento della spesa sanitaria. Il 45,38% (identico alla media nazionale relativa a tutte le persone fisiche) paga solo il 6,52% dell’Irpef e il 36,64% paga l’81,16% dell’intera Irpef della categoria.

TASSITALIA

L’odierna fisionomia dell’Irpef, presenta redditi diversi quali interessi e altri redditi finanziari, capital gains, canoni di locazione e plusvalenze immobiliari, redditi agrari, di lavoratori autonomi minimi e via elencando, assoggettati a imposte sostitutive, quando non del tutto esentati da imposizione, Nell’Irpef progressiva sono rimasti così intrappolati i redditi di lavoro e pensione, mentre anche imprese individuali e società personali possono rinviare, se non evitare del tutto, in applicazione di norme successive e sovrapposte.

A questa situazione gli Esperti dell’Istituto Bruno Leoni, un think tank italiano molto prestigioso, vorrebbero contrapporre un disegno di Sistema tributario diverso e, per l’Italia, molto innovativo.

L’idea di base sarebbe quella di trasformare l’Irpef in un tributo ad aliquota proporzionale con esenzione alla base (Flat tax), con meccanismi che preservino l’uguaglianza tributaria, prevedendo comunque l’esenzione del minimo vitale e la fine della “discriminazione qualitativa” a rovescio dei redditi di lavoro, senza rinunciare a una mite progressività del prelievo.

Quest’ultima verrebbe raggiunta esentando il reddito minimo, su base personale o familiare, e concedendo eventuali ulteriori deduzioni legate alle condizioni socio-economiche del contribuente o dei suoi familiari (età, disabilità, condizioni di salute, etc.). La Costituzione italiana prescrive che il sistema tributario sia informato a “criteri di progressività”, senza tuttavia imporre tributi ad aliquote graduate, né un livello minimo di progressione: la progressività per deduzione è dunque uno dei criteri utilizzabili allo scopo.

Associando alla flat tax un’imposta negativa, cioè un sussidio per i redditi inferiori al minimo, aumenterebbero inoltre gli effetti redistributivi, fornendo una risposta al problema degli “incapienti” e alle istanze favorevoli all’introduzione di un basic income.

 

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