L’ANGOLO DI ADAM SMITH

Tassa, spendi, svaluta.

 

Quando si leggono notizie relative al bilancio statale italiano si ha la non infondata impressione che la stessa notizia potrebbe essere ripresa con poche variazioni e ripubblicata ad intervalli di 15 giorni.

Prendiamo il balletto Governo-Commissione Europea sulla legge di Stabilità. Il copione non cambia mai: l’Italia chiede una deroga e si lamenta dell’austerità, Bruxelles ammonisce che non si fa abbastanza, Roma cambia un pochino il bilancio, la Commissione apprezza lo sforzo ma chiede di più per l’anno successivo. A volte i funzionari europei non si limitano a commentare i saldi finali ma suggeriscono anche provvedimenti specifici: ad esempio, qualche settimana fa hanno consigliato di reintrodurre nel 2018 l’IMU per i redditi più alti. Ignorando la confusione di imporre un tributo su un bene facendolo dipendere dal reddito, la Commissione si è sbilanciata sul lato delle entrate: cari italiani, per far quadrare i conti, ci hanno detto, sono necessarie imposte più pesanti .

Contro le camice di forza dei cattivi eurocrati, d’altronde, da tempo si levano voci che chiedono vigorosamente di ignorarli e come ricetta per guarire l’economia italiana si propone (con meno convinzione dopo le batoste sofferte dai populisti in Olanda, Germania e Francia) di uscire dall’euro. Si potrà finalmente svalutare ed esportare a go-go e nel frattempo stampare qualche tonnellata di banconote per comprarci il debito pubblico.

Nulla di nuovo, insomma, senonché sono stati appena pubblicati due studi che ci possono far riflettere sul tema.

Il primo è di docenti di Harvard e della Bocconi, Alesina, Barbiero, Favero, Giavazzi e Paradisi e conclude che le misure di austerità attuate attraverso l’aumento delle tasse implicano una perdita di PIL ben maggiore di quelle che tagliano la spesa pubblica.

L’analisi è monumentale e riguarda 3.500 (!) provvedimenti adottati in 17 paesi OCSE (il club delle nazioni sviluppate) dal 1978 al 2014, aggregandoli in tre grandi categorie: riduzione della spesa statale in consumi (farmaci, approvvigionamenti ministeri, eccetera) ed investimenti (strade, ponti o ferrovie); diminuzione della spesa per trasferimenti (ad esempio pensioni, assegni sociali, sussidi alle imprese); innalzamento delle imposte. L’esame riguarda interventi cosiddetti strutturali, i cui effetti cioè si fanno sentire anche negli anni futuri (la riforma Fornero delle pensioni, per capirci).

Ebbene, il contenimento delle spese provoca un moderato effetto recessivo il primo anno, che si mitiga il secondo e poi svanisce, gettando le basi per la crescita grazie anche ad un aumento degli investimenti (gli imprenditori prendono fiducia). L’aggravio del carico tributario ha conseguenze molto più severe: in media, 4 anni dopo aumenti fiscali che valgono l’1% del PIL, quest’ultimo è più di 1 punto inferiore a ciò che sarebbe stato in loro assenza.

Perché diavolo un governo dovrebbe decidere di incrementare le entrate invece che diminuire le uscite, allora? In primis la spesa pubblica ha sempre interessi costituiti organizzati che la difendono meglio. E poi, quando si agisce all’ultimo momento e si devono subito vedere gli effetti sulle casse statali, alzare l’aliquota IVA è facile e dà risultati immediati.

Tutto questo ci dice che a) la Commissione UE avrebbe dovuto trovare qualcosa di meglio rispetto all’IMU per i ricchi; b) se non si agisce per tempo, però, si rischia di dover ricorrere al rimedio peggiore. Qui la colpa è del governo italiano che traccheggiando, proponendo la famosa flessibilità come l’ultimo bicchierino del tizio un po’ brillo al bar, facendosi prendere ostaggio da micro (o macro)-lobby elettorali, invece che impostare una rigorosa spending review si trova costretto, come si direbbe a Roma, a tassare deppiù.

Il rimedio è uscire dall’euro, cominciare a stampare lirette, fare una bella svalutazione con annessa inflazione? A prescindere da ogni altra catastrofe che ciò comporterebbe, mi sembra interessante un aspetto poco menzionato e su cui hanno scritto due economisti dell’Universita del Michigan, Cravino e Levchenko.

Infatti, basandosi su studi precedenti i due autori hanno analizzato in vitro un caso reale di svalutazione della moneta, il peso messicano nel 1994. Orbene, i risultati sono molto chiari: i poveri ci rimettono assai più dei ricchi. Per la precisione, analizzando 28.700 varietà di prodotti divisi in 234 categorie, è risultato che la popolazione dell’ultimo decile della scala della ricchezza perde potere d’acquisto da 1,48 a 1,62 volte in più dei cittadini del 10% maggiormente affluente del paese, un’enormità (se il costo della vita sale di 100 per Paperone può arrivare a 162 per Paperino). La spiegazione è semplice: i prezzi dei beni commerciati internazionalmente (abiti, cibo, benzina, beni di consumo) aumentano sostanzialmente e rappresentano una percentuale alta delle spese delle famiglie povere. Quelli dei servizi (cure mediche, professionisti, istruzione, cultura, servizi domestici) o delle case non soffrono molto e sono quelli consumati dai benestanti. Quando si dipinge il Paradiso della liretta, forse è meglio andare a parlarne nei quartieri alti. Ed infatti Salvini, cui il fiuto non manca, ha cominciato da qualche giorno a riposizionarsi e parla di dare un’ultima chance alla UE: bontà sua.

A volte, insomma, oltre a proteggersi dalle fake news, può risultare utile fornire qualche dato aggiuntivo che aiuti a mettere in prospettiva quel che accade o che si propone.

Alessandro De Nicola

adenicola@adamsmith.it

@aledenicola

 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: