Annunci

L’ECONOMIA DI GAIA con Gaia CACCIABUE

Miele: la scoperta del territorio comincia dentro al barattolo

 

SPAZIOECONOMIAGAIA

Ci si arriva per strade bianche impolverate, o scendendo rive erbose e umide. I profani possono trovare la loro collocazione casuale, ma non lo è mai: devono essere rivolte a sud ma non troppo esposte al sole, protette dal vento, disposte nei pressi di fonti d’acqua. Come in molte zone d’Italia, in Piemonte capita di avvistarle dalla strada: le casette delle api compaiono ai piedi delle colline, in riga come soldatini, e viste dall’auto i colori vivaci contrastano con il silenzio che le avvolge facendole sembrare abbandonate. Da bambina stentavo a credere che in quelle scatole vivessero davvero le api: com’era possibile trattenerle in uno spazio così piccolo? Non fuggivano? Non se la prendevano per il miele rubato? Non si sentivano soffocare? Era un mistero, alimentato dalla totale assenza di tracce umane nelle vicinanze: allevamenti di mucche, conigli o lumache non sarebbero mai stati lasciati a se stessi sul bordo di un campo, ma le arnie colorate sbucavano dall’erba senza un cartello che intimasse di stare alla larga, senza un guardiano nei pressi, nulla di nulla.

Avvicinandomi avrei scoperto che il silenzio e l’apparente mancanza di movimento racchiudono invece un affaccendarsi continuo, un andirivieni ronzante e preciso come sotto una guida invisibile. Le api decollano decise e tranquille come se conoscessero la propria destinazione, come una signora che esce di casa per fare la spesa e non ha tempo da perdere; ma si riposano anche in veranda, posate sul predellino prima di ripartire, e danzano per attirare l’attenzione delle compagne e suggerire una fonte di nettare appetitosa.

Si possono riempire libri interi con i loro incredibili modi di comunicare, dai balli delle bottinatrici al canto della regina, e sulle orme di Karl von Frisch – biologo austriaco cui lo studio delle api valse il premio Nobel – qualcuno lo sta facendo, aiutato dall’interesse che le circonda negli ultimi anni. Un interesse che potrebbe risollevare le sorti di api e apicoltori, evitando che in futuro si debba impollinare a mano come già avviene in alcune zone della Cina troppo inquinate e arse per accogliere ancora le api e gli altri impollinatori, e che sarebbe bello si trasmettesse anche al prodotto più conosciuto dell’alveare: il miele.

Già di per sé, il miele è una magia. Le api sono gli unici esseri viventi, a parte l’uomo, ad elaborare una materia prima trovata in natura fino a trasformarla in qualcosa di nuovo per potersene cibare: sono le uniche a cucinare. E lo fanno mettendoci un impegno straordinario, da piccole stakanoviste quali sono: per produrre 500 g di miele percorrono circa 98.000 km, posandosi su più di 2 milioni di corolle.

Come non esistono due fiocchi di neve uguali fra loro, così è impossibile imbattersi due volte nello stesso miele: sono talmente tanti i fattori a influenzare il combinarsi dei nettari diversi nel favo, che lo stesso alveare, nello stesso mese, non produrrà mai un miele identico per due anni di fila. La pioggia, il vento, il sole, eventuali cambiamenti avvenuti nell’ambiente circostante, le colture seminate nei dintorni definiscono in quali fiori le api si imbatteranno nei loro voli di raccolta. Talvolta si tratta di fiori dall’aspetto tanto trascurabile da passare inosservati all’occhio umano: chi prenderebbe mai in considerazione il tarassaco, classificato di solito alla stregua di un’erbaccia? Col suo nettare le api producono un miele cremoso, giallo vivo, dal sapore intenso.

Le loro preferenze non sono poi così scontate. Tra un bosco e un campo di girasoli probabilmente preferirebbero il primo, poiché non basta un’unica grande fioritura per farle prosperare: servono fiordalisi, papaveri, rosmarino, ciliegi selvatici e tigli, carrubi e lupinella, querce e lamponi. Tutti insieme.

Pare incredibile che un esserino così piccolo, che all’apparenza potrebbe sembrare qualcosa di semplice, abbia necessità tanto complesse e particolari. Viene quasi automatico dare per scontato il contrario: parlando di balene o giraffe nessuno si stupirebbe della necessità di una dieta ricercata o di un ambiente con caratteristiche particolari, ma nel caso delle api associamo le loro piccole dimensioni ad altrettanto piccole pretese per sopravvivere.

Sotto questo punto di vista Il paesaggio italiano incontra i loro gusti ricercati con una flora variegata capace di offrire un’ampia scelta di polline e nettare, come dimostra il numero eccezionale di mieli prodotti in Italia, oltre sessanta. Il merito di questo primato è certamente del nostro patrimonio naturale, ma qualcosa si deve anche all’attenzione italiana per le diverse tipologie di miele, non comune nel resto del mondo. Questa insolita sensibilità ci permette di distinguere e apprezzare i vari monoflorali – mieli in cui prevale il nettare uno specifico fiore – ed è molto recente: fino agli anni 80’ si distingueva principalmente tra miele chiaro e miele scuro. Oggi i monoflorali sono più richiesti di quello che viene genericamente etichettato come “millefiori” (che pure racchiude un universo di sfumature) e il consolidarsi di questo interesse negli anni ha aiutato l’affermarsi delle diverse varietà. Nel solo Piemonte, accanto ai più conosciuti (acacia, castagno, melata, tarassaco, tiglio) si possono trovare piccole produzioni di miele di lampone, lupinella, colza, edera, melo, ailanto, addirittura menta (per citarne alcuni).

La varietà dei mieli è tale che sulle loro tracce si potrebbe tratteggiare il percorso di un viaggio: ad ogni svolta del paesaggio un sapore diverso, che racconta del territorio in cui è stato prodotto, della sua storia e dei suoi sapori. Le terre piemontesi vantano la più alta concentrazione di alveari in tutt’Italia: una tradizione fatta soprattutto da tanti piccoli apicoltori, che racchiude un sapere sorprendente. Per la natura stessa delle api, la passione che li anima è anche amore per il territorio, desiderio di preservare l’equilibrio delicato dell’ecosistema in cui le loro beniamine svolazzano alla ricerca di fiori. Visitare un territorio con gli occhi di un apicoltore significa conoscere le caratteristiche naturali che lo identificano e scoprirne la storia: ogni millefiori è un’enciclopedia concentrata della natura che circonda l’alveare, la più diretta e completa espressione di ciò che caratterizza quell’angolo di mondo.
Si parla spesso di turismo sostenibile o di turismo lento, della bellezza di godersi il percorso che porta a destinazione, facendo del tragitto un viaggio anziché uno spostamento, per conoscere davvero i luoghi che si visitano e scoprire cosa li rende unici. Non c’è bisogno di volare fino in Asia per farlo, o di affrontare il Cammino di Santiago zaino in spalla: è sufficiente prendersi una giornata durante il fine settimana e abbandonare l’autostrada. Basterà deviare dalla strada maestra per stravolgere la visita: non il percorso più veloce, ma quello che offre il paesaggio più bello, in auto, in bici o a piedi, per godersi il panorama e imbattersi in cartelli scritti a mano che dicono “qui miele”.

Gaia Cacciabue

Annunci

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: