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I CONSIGLI DEL MAÎTRE

I consigli del Maître

 

È sempre più difficile riuscire ad orientarsi fra le migliaia di notizie che ogni giorno emergono sulla rete. Man mano che aumentano i mezzi e i canali di comunicazioni diventa sempre più indispensabile trovare nocchieri capaci di guidarci sicuri nel mare procelloso dell’informazione economica contemporanea. Noi abbiamo chiesto il consiglio di un Maître. Maurizio Sgroi, il Maître à PanZer di Twitter.

Non smettono di crescere i debiti globali. Il Fmi ha pubblicato il suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria dove fra le altre cose nota la continua crescita del debito globale, che certo non si può dire sia una sorpresa né una novità. Una tabella però ci consente di osservare questo andamento suddiviso per paesi e per settori, quindi pubblico e privato e, all’interno del settore privato, fra famiglie e imprese.

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Come si può vedere, molto della crescita del debito è attribuibile al settore pubblico, che si è dovuto far carico del salvataggio di quello privato. Si segnala il leggero deleveraging della famigli Usa, mentre è quadruplicato, in rapporto al Pil, quello delle famiglie cinesi. Il debito globale cinese, d’altronde, è cresciuto di oltre il 100% del pil dal 2006. Ma soprattutto colpisce il caso del Giappone, dove il settore pubblico ha notevolmente aumentato la sua esposizione, a fronte di famiglie e imprese sostanzialmente stabili. Il Giappone sfiora il 400% di debiti globali sul pil. E ciò malgrado la sua economia (o forse proprio per questo?) non riesce a superare il suo stato anemico. Una situazione difficile da spiegare.

Il debito crescente degli Usa. La questione del debito globale degli Usa, arrivato secondo i dati diffusi dal Fmi al 259% del Pil, è particolarmente rilevante perché com’è noto gli Usa, oltre ad avereun peso specifico economico di tutto rilievo – si pensi a quanto conta la domanda Usa per il commercio internazionale – sono il paese che emette la monete che di fatto è la moneta internazionale. Una situazione che lega l’economia globale a filo doppio con quella statunitense. Perciò osservare l’andamento del debito Usa, e in particolare quello del governo, è importante per moltissime ragioni. A tal proposito di recente la Fed di S.Louis ha osservato che il futuro della contabilità pubblica Usa è tutt’altro che roseo. La circostanza di spese insopprimibili in aumento (sanità e social security), che aumenteranno dal 20,9% del pil del 2016 al 23,6% nel 2027, associata alla stagnazione delle entrate fiscali, dal 17,8% al 18,4% provocheranno una crescita del deficit dal 3,2% del pil al 5,2% e del debito.

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Notate che il debito globale ha conosciuto i suoi scatti al rialzo dopo la crisi d’inizio 2000 e soprattutto dopo quella del 2008. E le previsioni sono di una crescita ulteriore.

Conviene investire nel mattone? Nel lungo termine sempre. Una interessante ricerca della Bis mostra un collegamento molto interessante fra il livello dei tassi di interesse negli Stati Uniti e il prezzo delle abitazioni in altri paesi, analizzando dai raccolti in 46 paesi fra il 1970 e il 2015. Il paper si intitola Interest rates and house prices in the United States and around the world ed è l’ennesima dimostrazione che l’economia Usa – e quindi i suoi debiti e i suoi tassi di interessi – hanno effetti profondi anche per noi. Gli economisti della Bis hanno trovato un ruolo molto importante dei tassi a breve termine – quindi quelli manovrati dalla Fed – come driver dai prezzi delle abitazioni “specialmente fuori dagli Stati Uniti”, notando come i cambiamenti nei tassi a breve anche accaduti cinque anni prima abbiano effetti sugli andamenti dei prezzi di oggi. Il che suona come un sinistro avvertimento. Aldilà delle questioni teoriche il paper è interessante perché contiene alcuni dati sulla crescta dei prezzi reali delle abitazioni nei paesi avanzati ed emergenti. Questo grafico ne dà una rappresentazione.

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Ma soprattutto risponde a un’annosa domanda: L’investimento immobiliare è un buon investimento a lungo termine? “I nostri dati suggeriscono che la risposta è un categorico sì: i prezzi reali sono cresciuti di quasi il 7% l’anno nelle venti economie avanzate nell’arco di 45 anni”. Il mattone è sicuro: lo diceva anche mia nonna che non era economista.

I fan della corruzione. Istat ha pubblicato la prima release che racconta del rapporto delle famiglie italiane con la corruzione, che contiene diverse informazioni meritevoli di approfondimento. L’Istat stima che i fenomeni corruttivi abbiamo coinvolto il 7.9% delle famiglie italiane, col picco del 17,9% nel Lazio e il minimo in Trentino (2%). Parliamo di 1,742 milioni di famiglie, il 2,9% delle quali ha “avuto una richiesta di denaro, regali o favori da parte di un giudice, un pubblico ministero, un cancelliere, un avvocato, un testimone o altri. In particolare per il 2,1% delle famiglie la richiesta si è esplicitata nell’ambito delle cause civili”. Ma la notizia più soprendente è che “più di otto famiglie su dieci sono soddisfatte di quanto ottenuto”. Son i fan della corruzione. L’85,2% “ritiene che aver pagato sia stato utile per ottenere quanto desiderato: in particolare nell’ambito dei singoli settori, il rendimento è totale per le public utilities (99,1%) e particolarmente elevato per ottenere un lavoro (92,3%) o una prestazione sanitaria (82,8%)”. E soprattutto “pur di ottenere un servizio il 51,4% delle famiglie ricorrerebbe di nuovo all’uso del denaro, dei favori o dei regali (73,8% nel caso di una prestazione sanitaria)” a fronte del 30,9% che non lo rifarebbe. Perché sono onesti che hanno sbagliato?. Alcuni. Per il 35,4%  il risultato non è stato utile abbastanza. Nulla a che vedere con la morale quindi.

 

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