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VIGILANZA BANCARIA. SERIETA’ EUROPEA E TITUBANZE ITALIANE

BANCHE E VIGILANZA: LA PREVEGGENZA DELLA BCE E LE OPACITA’ ITALIANE

 

 

La crisi economica e del credito scatenatasi dal 2007, ha generato l’esigenza di rafforzare il capitale oltre ai sistemi gestionali e di controllo delle Banche, che hanno pagato momenti difficili con accorpamenti, insolvenze e guai legali importanti.

L’evoluzione di quanto sopra ha un focus in queste settimane orientato alle nuove regolamentazioni riguardo il trattamento delle sofferenze e sulle (stimate) mancanze nei controlli da parte delle Autorità pubbliche a ciò preposte.

Il primo punto in analisi deriva da un documento presentato dalla Bce ai primi di ottobre, unaddendumalle proprie istruzioni di Vigilanza Bancaria del 20 marzo, su come gestire Non Performng Loans delle banche.  Questo prevede che dal 2018 i crediti non garantiti diventati sofferenze debbano essere coperti da accantonamenti nel giro di due anni. Quanto ai crediti garantiti anch’essi diventati sofferenze, questi devono essere coperti da accantonamenti nel giro di sette anni. La regola varrebbe per tutti i crediti di cattiva qualità dal 2018 in poi, indipendentemente dalla data di inizio del credito.

Le regole, che potremmo definire “di buona amministrazione” visti anche gli avvenimenti luttuosi susseguitisi per la mancata valutazione dei rischi del merito creditizio, hanno sollevato in Italia una serie di critiche e alte grida di allarme. La ragione sarebbe il rischio che l’orientamento della Bce sui crediti dubbi potrebbe spingere gli istituti italiani ad accelerare lo spostamento dei crediti sani ma ‘a rischio’ tra quelli dubbi prima della fine dell’anno, allo scopo di sottrarli al nuovo regime in caso di deterioramento, e di incentivare la cessione dei crediti dubbi, così da impedirne la svalutazione automatica. Oltre a ridurre il già asfittico livello di credito delle Banche italiane, penalizzante oltremodo le Pmi, più che le grandi Aziende.

Su questo argomento l’Italia è convinta che la Vigilanza della Bce stia travalicando il suo ruolo. Secondo il Ministro Padoan le modifiche alle linee guida sui crediti deteriorati costituiscono una “forzatura” dal punto di vista legale. Ma l’Italia è stata l’unica a esprimere la propria contrarietà alle nuove regole, oltre che sollevando dubbi dal lato giuridico della questione, interpretando le norme dell’Ue come ostative all’emissione di regola da parte della BCE che sarebbero in questo caso “legislative”, travalicando i propri poteri. Peraltro, sulla questione, nessun’altra Nazione ha preso posizione.

In risposta a queste osservazioni è intervenuta la responsabile della vigilanza Ssm della Bce, Daniele Nouy, affermando in audizione al Parlamento Europeo, che l’iniziativa della Bce sui crediti deteriorati  “ricade all’interno del mandato di supervisione e nei poteri della Bce”. La signora ha inoltre ricordato che le nuove norme non prevedono «alcuna applicazione automatica», ma solo un’applicazione banca per banca e che le regole suddette rimangono fino all’8 Dicembre in visione dopo di che, a seguito di eventuali fondate critiche, la norma “potrà essere e sarà migliorata” .

La seconda questione che sta agitando il mondo bancario in questi giorni riguarda l’attività della Commissione Parlamentare di Indagine sulle Banche e sugli eventi negativi susseguitisi soprattutto dal 2015.

Nello svolgersi delle audizioni di questa Commissione che, ricordiamo, ha poteri inquirenti come quelli della Magistratura, la scorsa settimana sono comparsi il dg della Consob, Angelo Apponi, e il numero uno della Vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo. Dettisi entrambi dispiaciuti per l’increscioso «incidente di vigilanza» che ha bruciato i risparmi di una vita di centinaia di famiglie, hanno in sostanza affermato (Apponi) che Banca d’Italia ha dato scarse informazioni a Consob, la quale non aveva capito bene e, con quel poco che aveva, ha fatto tutto quello che ha potuto. Sul dossier venete Apponi, contrito, ha detto alla Commissione che la Consob ha fatto in modo che nei prospetti degli aumenti di capitale fatti dalle due banche per salvarsi quando erano oramai sull’orlo del baratro, ci fosse scritto che il price/book value era troppo alto, segnale (a dir suo) che c’erano anomalie nella valorizzazione delle azioni. Una domanda sorge spontanea: secondo lui la casalinga di Vigevano o il  pensionato di Treviso sanno cos’è il price/book value?

Di più, secondo Apponi, non si poteva fare, anche se per Consob, che ha i poteri dell’autorità giudiziaria, non sarebbero state indispensabili le carte di Bankitalia, visto che proprio lei, nel 2011, aveva ispezionato Veneto Banca, e pare che in quei nove mesi gli ispettori si fossero già accorti del problema dei prezzi gonfiati. Riguardo la Popolare di Vicenza, Apponi sostiene che a Consob sia stato trasmesso il quadro completo della situazione sulla Banca un tempo governata da Zonin solo nel 2017, con la sanzione della Bce (che dal 2014 ha raccolto il testimone della vigilanza da Bankitalia). Informazioni estremamente importanti perché, se ricevute in tempo, magari avrebbero evitato di autorizzare prospetti informativi connessi agli aumenti di capitale basati su un quadro di informazioni non corrispondente alla realtà.

L’intervento successivo del capo della vigilanza di Bankitalia, Barbagallo, fatto sempre con la procedura della testimonianza, ha spiegato che non è materialmente possibile consegnare a Consob gli esiti di tutte le ispezioni sulle banche: “Ne facciamo circa 250 l’anno. Se inondassimo Consob dei nostri rapporti la metteremmo in forte difficoltà”. Allora, viene da domandarsi, anche nei casi più estremi, come appunto quelli delle venete, si evita di trasmettere informazioni per evitare di sovraccaricare Consob di lavoro?

Barbagallo ha spiegato che i titoli di capitale, e quindi le azioni il cui prezzo elevato è al centro della questione, non rientrano tra gli strumenti “normati con il protocollo” del 2012 (come a dire che non esiste un obbligo di legge  a comunicare a Consob eventuali criticità a riguardo). In ogni caso, Barbagallo ha poi aggiunto che non sono state fornite informazioni ai “colleghi” di Consob “perché ritenemmo i problemi superabili”.

 Da parte sua poi, anche Barbagallo ha fatto pervenire qualche frecciatina all’indirizzo di Consob. In questo caso, al centro della questione c’è il passaggio di informazioni su Veneto Banca, che avviene nel 2013 ma a seguito del quale Consob autorizza comunque un aumento di capitale, pur evidenziando, ha sottolineato Apponi, che il prezzo delle azioni rispetto al valore di libro risultava elevato soprattutto in confronto alle banche quotate in Borsa (le venete non erano negoziate a Piazza Affari). Secondo Barbagallo, la segnalazione sull’incoerenza del prezzo dell’aumento di capitale “era più che sufficiente per far scattare un warning dell’altra autorità”. Se avesse voluto una collaborazione per un accertamento congiunto avrebbe potuto chiederlo”, ha concluso il capo della vigilanza di Bankitalia. Insomma, dalle risposte dei rappresentanti delle due autorità emerge tutta una serie di reticenze e falle che segnala come il sistema di vigilanza e di controlli sulle banche sia andato letteralmente in corto circuito.

Le vicende sopra riportate portano con loro due osservazioni a corollario: per fortuna le norme Europee hanno passato la Vigilanza Bancaria ad un Ente meglio organizzato e poco “influenzabile” da tempi e logiche locali italiane come la BCE e l’attenzione generale, grazie all’Europa, finalmente si concentrerà sulla corretta gestione delle sofferenze, che tanti danni hanno fatto a risparmiatori e imprese e tanti dubbi hanno sollevato.

 

 

 

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