THE VILLAGE WEEKEND con Federica SELLERI

L’ARTE CHE NON C’ERA

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Palazzo Loredan, Venezia, ospita fino al 30 giugno un’interessante rassegna dedicata all’arte precolombiana: “L’arte che non c’era. L’arte precolombiana nella Collezione Ligabue”, straordinaria esposizione dedicata alle tante e diverse civiltà precolombiane che avevano prosperato per migliaia di anni nel continente americano prima dell’incontro con gli Europei.

La mostra presenta un corpus di capolavori straordinari appartenenti una delle collezioni più complete e importanti in quest’ambito in Italia – la Collezione Ligabue – esposti al pubblico per la prima volta grazie a questo progetto.

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Ideata poco dopo la scomparsa di Giancarlo Ligabue (1931- 2015) – imprenditore ma anche paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore e appassionato collezionista – questa esposizione ha inteso essere anche un omaggio alla sua figura da parte del figlio Inti Ligabue, che con la “Fondazione Giancarlo Ligabue” da lui creata continua l’impegno nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha anche dato vita negli anni, con acquisti mirati, a un’importante collezione d’oggetti d’arte, espressione di moltissime culture.

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Dalle rarissime maschere in pietra di Teotihucan, la più grande città della Mesoamerica, primo vero centro urbano del Messico Centrale, ai vasi Maya d’epoca classica preziose fonti d’informazione, con le loro decorazioni e iscrizioni, sulla civiltà e la scrittura di questa popolazione; dalle statuette antropomorfe della cultura Olmeca, che tanto affascinarono anche i pittori Diego Rivera, la moglie Frida Kahlo e diversi artisti surrealisti (con la loro evidente deformazione cranica, elaborate acconciature e il corpo appena abbozzato) alle sculture Mezcala tanto enigmatiche nella loro semplicità quanto misteriose nelle origini, al punto che ne restarono profondamente suggestionati divenendone collezionisti anche André Breton, Paul Eluard e lo scultore Henry Moore. E poi, sempre dal Messico, statuette policrome di ceramica cava della cultura di Chupicuaro, il cui apogeo si situa tra il 400 e il 100 a.C. – notevole esemplare in mostra la Grande Venere con la mani congiunte sul ventre – urne cinerarie (dal 200 a.C. al 200 d.C.) della cultura Zapoteca con effige spesso antropomorfa, sculture Azteche, esempi pregevoli delle Veneri ecuadoriane di Valdivia (la prima ceramica prodotta in Sud America nel III millennio a.C.), oggetti Inca, tessuti e vasi della regione di Nazca, manufatti dell’affascinante cultura Moche, straordinari oggetti in oro. Si tratta in realtà di culture che in molta parte devono ancora essere e studiate e comprese: annientate, annichilite e ignorate per lunghi anni dopo la scoperta di quelle terre, da parte dei Conquistatores ammaliati solo dalle ricchezze materiali, autori di stragi e razzie. L’oro, come quello dei Tairona (puro o in una lega con rame chiamata “tumbaga”) spingerà nelle Ande Spagnoli ed avventurieri alla ricerca dell’“El Dorado”, uno dei grandi miti che alimentarono la Conquista.

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