SISTEMA SANITARIO NAZIONALE: QUELLO ITALIANO E’ DAVVERO IL MIGLIORE DEL MONDO?

SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE: LUCI ED OMBRE DEL SISTEMA “MIGLIORE AL MONDO”

 

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 Il sistema sanitario che ci piaceva definire “tra i migliori del mondo”, ha una realtà attuale ormai ben diversa che necessita di un riallineamento degli obiettivi politici, economici e sociali originali, allontanatisi negli ultimi anni per problemi principalmente di finanza pubblica.

Il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) italiano, istituito nel 1978 per fornire copertura assicurativa sanitaria completa e standard a tutti i cittadini e residenti legali, è stato progettato come un sistema basato su tre diversi livelli: il governo centrale, i 20 governi regionali e le Aziende Sanitarie Locali (ASL) con gli ospedali indipendenti (IHS). In particolare, uno dei principi fondanti del SSN è che l’assistenza sanitaria deve essere gratuita in ogni punto di erogazione sul territorio facendo sì che medesimi cittadini con stesse esigenze potessero usufruire di parità di accesso, a prescindere quindi dalle condizioni reddituali personali o del luogo nel quale risiedono.

La spesa sanitaria si compone di due macro-categorie: spesa pubblica e spesa privata che include la spesa intermediata, da fondi sanitari integrativi (FSI) o da polizze assicurative, e la spesa out-of-pocket, direttamente sostenuta dai cittadini.

In linea con queste categorie di spesa il DL 502/92 aveva già individuato tre pilastri per sostenere la sanità nel nostro Paese: 1. Il SSN, basato sui princìpi di universalità, equità e solidarietà 2. La sanità collettiva integrativa 3. La sanità individuale, attraverso polizze assicurative Questo modello era basato su tre assunzioni fondamentali: il finanziamento pubblico garantisce i livelli essenziali di assistenza, la sanità collettiva integrativa copre solo prestazioni non essenziali e ogni cittadino è libero di stipulare polizze assicurative individuali. Tuttavia, la combinazione di fenomeni occorsi nell’ultimo decennio ha messo fortemente in discussione il modello a tre pilastri, come emerge dalla composizione della spesa sanitaria che nel 2015 ammonta a € 147,295 miliardi. Per tale anno il Rapporto sul coordinamento della Finanza Pubblica della Corte dei Conti certifica € 112,408 miliardi di spesa pubblica e € 34,887 miliardi di spesa privata, di cui € 4,476 miliardi intermediata e € 30,411 miliardi di spesa out-of-pocket. In altri termini, il 23,7% della spesa sanitaria è privata e di questa oltre l’87% è out-of-pocket.

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Va pertanto sottolineata la crescente interdipendenza tra sanità privata e sanità pubblica. Tale interdipendenza è fisiologica, perché la spesa pubblica e la spesa privata delle famiglie rispondono alla stessa domanda di salute della popolazione.

In generale, in una lunga e profonda fase di contenimento della spesa pubblica, in cui i livelli di copertura del SSN diminuiscono con il calare dell’intensità clinico-assistenziale, il mix e i luoghi dei consumi sanitari privati appaiono sempre più complementari e necessari per rispondere ai bisogni di salute.

 Le mutate condizioni demografiche, economiche e sociali, la crescente introduzione sul mercato di innovazioni farmacologiche e tecnologiche, le conseguenze della modifica del Titolo V della Costituzione e le costanti ingerenze della politica partitica, hanno portato il Servizio sanitario a non poter offrire il livello di prestazioni standard definito dai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) soprattutto per problemi finanziari. Sprechi e diminuite disponibilità pubbliche hanno negli anni portato ad uno sbilancio eccessivo nella gestione economica di questo settore.

In Italia, l’esordio del termine “sostenibilità” riferito alla sanità pubblica risale al 27 novembre 2012, quando l’allora premier Mario Monti dichiarò pubblicamente che «La sostenibilità futura del SSN potrebbe non essere garantita». Peraltro, dopo più di 5 anni, le decisioni di politica sanitaria continuano ad affrontare il tema della sostenibilità guardando a un orizzonte limitato, con l’attenzione perennemente concentrata sulle difficoltà di accesso alle innovazioni, soprattutto quelle farmacologiche, e sulla lunghezza delle liste d’attesa, trascurando sistematicamente i reali bisogni di salute della popolazione, in particolare quelli delle fasce socioeconomico più deboli.

In questi anni, gli interventi legislativi sono stati occasionali, dettati dalla contingenza, dall’urgenza e non certo da una programmazione coerente con le problematiche che oggi affliggono i sistemi sanitari di tutto il mondo.

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Il grafico sopra mostra, per ciascuno dei 28 paesi europei, la percentuale di Pil destinato alla sanità nel 2015. La media europea è rappresentata dalla colonna verde, la spesa italiana è la colonna blu, le ultime tre colonne in arancio mostrano tre stati europei esterni all’Unione: Islanda, Norvegia e Svizzera.

L’italia è la dodicesima nazione europea in quanto a spesa sanitaria. Il paese ha impegnato in questo settore il 7,1% del proprio Pil.  La Germania è la nazione che spende più soldi in sanità, ben 217 miliardi di euro. A seguire il Regno Unito, con 191 miliardi, e Francia, 178 miliardi. L’Italia in questa classifica è quarta con 117 miliardi.

Italia è al “quarto posto” dei Paesi Ocse per aspettativa di vita, con 82,6 anni nel 2015. A sottolinearlo è l’Ocse, l’organismo internazionale per lo sviluppo e la cooperazione economica nel rapporto Panorama della Salute 2017 (“Health at a Glance”). Per l’Ocse, questo solleva diverse sfide legate all’invecchiamento. Il paese spende 3.400 dollari l’anno pro capite per la salute, meno della media Ocse che è di 4.000 dollari e nel suo insieme la spesa sanitaria nella Penisola, nella somma delle sue componenti, è pari all’8,9% del Pil, in linea con il 9% Ocse.

Tra i punti deboli della sanità italiana c’è quello delle diseguaglianze dei trattamenti tra le Regioni.

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In un contesto di pesanti vincoli di bilancio dovuti alla crisi finanziaria, dice ancora l’Ocse, l’Italia ha realizzato una riforma per ampliare i benefici dell’offerta sanitaria. Ma rimane una «preoccupazione rispetto alla capacità delle singole regioni di assicurare la fornitura dei servizi ampliati. Malgrado la copertura universale, avverte ancora l’Ocse, le regioni meridionali sono storicamente meno in grado di fornire l’assistenza adeguata come definita al livello nazionale». Il che contribuisce a un «ampliamento delle disparità».

 

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