L’ANGOLO DI ADAM SMITH

Senza diritti, poche opportunità.

 

Ha ragioni da vendere Carlo Cottarelli quando nel suo articolo su La Stampa del 3 luglio invoca una forza politica che metta al centro del suo programma l’eguaglianza delle opportunità. Nè la Lega né i 5 Stelle lo fanno e mentre il PD è impegnato a dilaniarsi per la leadership, Forza Italia sembra annichilita più che in cerca di grandi idee.

Cosa intende Cottarelli per uguaglianza di opportunità? Un insieme di condizioni che consentano a ciascuno di giocare la propria partita dal medesimo punto di partenza, restando impregiudicata la diversità di risultati. Ad esempio, una scuola e una pubblica amministrazione che funzionino per tutti, in ogni regione, consentendo così ad ogni cittadino di avere un certo bagaglio di conoscenze per affrontare la vita e dei servizi pubblici che non gliela rendano impossibile, per di più con grandi differenze territoriali. Pure la lotta ai monopoli, alle protezioni statali a certe industrie a svantaggio di altre nonché la ritirata del concorrente sleale per eccellenza, lo Stato, dalle attività produttive sono presupposti di uguaglianza. La redistribuzione attraverso la tassazione non è un tabù (ripara in parte agli inevitabili imprevisti della fortuna che affliggono o allietano la vita delle persone), ma deve essere moderata proprio per non scoraggiare innovazione, creatività e imprenditorialità.

Insomma, come insegnano i manuali di marketing, per Cottarelli sarebbe essenziale sintetizzare il messaggio di un partito in una frase breve ma evocativa: prima gli italiani contro uguali opportunità, ad esempio.

Rimanendo nei limiti delle 5 parole imposti dalle teorie di marketing, integrerei però il messaggio in “diritti individuali per uguali opportunità”.

Mi spiego. Il mantra dell’uguaglianza delle opportunità è stato sviluppato e popolarizzato negli anni ’70 da studiosi liberal-progressisti come John Rawls e Ralph Dahrendorf. Altri, come Hayek e Nozick, si opponevano al concetto. Se estremizzato esso avrebbe portato alla società spartana, dove i figli, quando sopravvivevano al giudizio di idoneità fisica alla nascita, venivano in tenera età affidati all’educazione statale basata sulla selezione naturale. Uguaglianza dei punti di partenza, certo, ma orribile. Inoltre, si è obiettato che il nascere in una famiglia benestante o in una regione o città ricca e sviluppata non è meno casuale che avere doti naturali superiori ad altri: non parrebbe chiaro perché tentare il livellamento delle origini familiari rispetto ai talenti innati sarebbe eticamente superiore. Sia come sia, anche alcuni teorici liberisti come il Nobel James Buchanan concordano sul fatto che dal punto di vista del mantenimento di una società civile basata su un contratto sociale conviene che per alcuni beni come l’educazione o l’accesso alle cure mediche e a beni primari sia opportuno avvicinare le griglie di partenza.

Bene, peraltro una pragmatica azione di aiuto a chi nasce svantaggiato non implica che sia lo Stato monopolisticamente a doversene occupare: anche scuole private o in concorrenza tra loro lo possono fare.

Ma perché è necessario menzionare i diritti individuali in un programma? Non sono essi acquisiti e patrimonio comune di tutti? Non proprio. Già gli antichi Greci si interrogavano, da Tucidide a Platone fino ad Aristotele, sui guasti della democrazia diretta in mano a demagoghi. E la grande novità del liberalismo è consistita proprio nell’ergere l’inviolabilità dei diritti dell’uomo contro la dittatura non solo del tiranno, ma anche della maggioranza. Ebbene, in questo periodo storico contrassegnato dal populismo è riapparso prepotente il pericolo se non della tirannia almeno dell’autoritarismo della maggioranza, che si legittima con lavacri elettorali ma non rispetta le libertà civili, politiche ed economiche della persona. Putin, Maduro, Erdogan e in forma più lieve Orban in Ungheria e Kaczynski in Polonia, stanno, chi più, chi meno, sistematicamente sopprimendo i giornali non allineati, perseguitando gli oppositori, intimidendo i giudici, nazionalizzando ed esercitando il controllo governativo sulle attività economiche, imponendo una religione sulle altre. Nulla può essere dato per scontato, nemmeno da noi, e perciò un programma per il popolo dovrebbe prevedere più federalismo ed autonomie locali (antidoto che anche Tocqueville individuava contro l’appiattimento ed il conformismo democratico); garanzie maggiori per le autorità pubbliche indipendenti (Consob, Banca d’Italia, Antirust); protezione costituzionale espressa con chiarezza per i diritti di libertà economica e di contratto; uscita dello Stato dai mezzi di informazione e dalle attività economiche; salvaguardia del diritto di amare chi si vuole con gli stessi diritti delle coppie eterosessuali (l’adozione, riguardando soggetti minori, può dar spazio a legittime opinioni differenti) e di scegliere come porre fine alla propria vita; rispetto delle norme di diritto internazionale ed europeo senza continue minacce di fregarsene a proprio uzzolo e convenienza.

In definitiva, l’uguaglianza delle opportunità è una gran bella cosa, ma affinché ce ne siano abbondanti per tutti è bene non dare per acquisite le nostre libertà e farne il perno di ogni programma politico.

Alessandro De Nicola

adenicola@adamsmith.it

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